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3 Giugno 2026
Articolo di Redazione

HIV e giovani: cala la percezione del rischio, cresce il bisogno di prevenzione

 

Da ICAR 2026 il richiamo a rafforzare informazione, educazione sessuo-affettiva e accesso al test tra adolescenti e giovani adulti. I punti di vista di infettivologo e sessuologa

 

hiv e giovani


Tra gli adolescenti e i giovani adulti si sta abbassando la percezione del rischio legato all’HIV e alle Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST). È uno dei temi emersi nel corso di ICAR 2026Italian Conference on AIDS and Antiviral Research, il principale congresso scientifico italiano dedicato a HIV e infezioni virali, dove esperti, clinici e operatori hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare prevenzione, educazione sessuo-affettiva e accesso ai servizi dedicati ai più giovani.

Secondo gli specialisti, oggi molti ragazzi tendono a percepire l’HIV come qualcosa di lontano, appartenente al passato o legato ad altre generazioni. Questo può tradursi in una minore attenzione verso il preservativo, il test HIV e gli altri strumenti di prevenzione disponibili.

«In Italia l’HIV non è affatto scomparso», spiega il dottor Giovanni Guaraldi, medico infettivologo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena e professore ordinario UniMore. «Anche se il numero maggiore di nuove diagnosi riguarda persone tra i 30 e i 40 anni, una quota significativa di nuove infezioni colpisce ogni anno ragazzi sotto i 25 anni. Il problema principale è la bassa percezione del rischio: molti giovani considerano l’HIV un “problema del passato” o legato a gruppi specifici, riducendo l’attenzione verso l’uso del preservativo e il test».

Una percezione confermata anche dalla psicologa, psicoterapeuta e sessuologa Rossella Benedicenti: «gli adolescenti percepiscono in modo talvolta contraddittorio il rischio HIV: se da un lato conoscono l’esistenza del virus e di come questo può essere trasmesso, dall’altro tendono a sottostimare il rischio individuale, come un problema “lontano”, che “capita ad altri”, anche a fronte di un uso non costante dei metodi di prevenzione e di episodi considerati a rischio».

Nel 2024 in Italia sono state registrate 2.379 nuove diagnosi di HIV e oggi le persone che vivono con l’infezione sono circa 150mila. Nonostante i progressi delle terapie e l’aumento dell’utilizzo della PrEP (profilassi pre-esposizione), il numero delle nuove infezioni resta sostanzialmente stabile.

Secondo gli esperti, oggi il problema non è soltanto sanitario, ma anche culturale e relazionale. Le prime esperienze affettive e sessuali possono infatti essere vissute in modo molto intenso, rendendo più difficile parlare apertamente di prevenzione. «Molti adolescenti associano la richiesta di utilizzare il preservativo a una mancanza di fiducia nel partner e nella relazione, soprattutto se considerata stabile e seria, al punto da vivere il sesso non protetto come la prova concreta dell’intimità e dell’amore nella coppia», osserva Benedicenti.

A influenzare comportamenti e percezione del rischio contribuiscono anche social network e gruppo dei pari. «La somma di queste due componenti può generare flussi di informazioni virtuose, utili e protettive ma anche tanti falsi miti e notizie errate», aggiunge la psicoterapeuta.

Sul piano clinico, uno degli aspetti più delicati è che l’infezione da HIV può restare a lungo senza sintomi anche nei più giovani. «L’HIV è un “virus silenzioso”: una persona può contrarre l’infezione, sentirsi in perfetta forma e non avere alcun sintomo anche per molti anni», sottolinea Guaraldi. «L’aspetto fisico non dice nulla sullo stato sierologico. L’unico modo per sapere se si è contratto il virus dopo un rapporto non protetto è fare il test rispettando il periodo finestra».

Per questo la diagnosi precoce continua a essere considerata fondamentale. «La diagnosi precoce cambia la vita», prosegue l’infettivologo. «Iniziare subito la terapia permette di mantenere il sistema immunitario forte e garantisce un’aspettativa di vita pari a chi non ha il virus».

Oggi le c permettono infatti di controllare efficacemente l’infezione e di raggiungere una carica virale non rilevabile nel sangue. In queste condizioni una persona con HIV non trasmette il virus per via sessuale: è il principio U=U, “Undetectable = Untransmittable” (“Non rilevabile = Non trasmissibile”).

Accanto alla terapia esistono inoltre strumenti di prevenzione sempre più efficaci, come PrEP e PEP (profilassi post-esposizione), ancora però poco conosciuti tra i giovani. «Il limite principale oggi è che molti ragazzi non sanno a chi rivolgersi o provano vergogna nel richiederle», evidenzia Guaraldi.

Il preservativo continua inoltre a essere centrale nella prevenzione, non soltanto dell’HIV ma anche delle altre Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST), in crescita proprio tra i più giovani. «È l’unico strumento che protegge anche da sifilide, gonorrea o clamidia», ricorda l’infettivologo.

Durante ICAR 2026 è stato affrontato anche il tema dell’accesso al test HIV nei minorenni. In Italia, infatti, per chi ha meno di 18 anni è spesso necessario il consenso dei genitori, un elemento che secondo molti operatori può rappresentare un ostacolo concreto all’accesso precoce ai servizi di prevenzione e diagnosi.

Ma le difficoltà non sono soltanto burocratiche. «Le resistenze in adolescenza sono spesso legate più ad aspetti emotivi e relazionali che alla concreta possibilità di accedere ai test», spiega Benedicenti. «Una possibile diagnosi viene vista come un evento catastrofico che intacca in modo definitivo la propria vita presente e futura e questo attiva spesso meccanismi di evitamento».

Secondo la psicoterapeuta, il peso dello stigma continua inoltre a incidere profondamente sulle relazioni e sulla percezione di sé. «Le ragazze subiscono maggiormente lo stigma morale legato alle esperienze sessuali, i ragazzi se mostrano paura o vulnerabilità di fronte al rischio o alla diagnosi, mentre i giovani LGBTQI+ subiscono un aumentato rischio di discriminazione o rifiuto sociale».

Anche nei ragazzi che vivono con HIV la gestione della terapia può essere complessa. «Seguire una terapia farmacologica legata a HIV li allontana dal bisogno di essere come gli altri e di sentirsi “normali”», osserva Benedicenti. «Prendere i farmaci tutti i giorni può funzionare come promemoria quotidiano della loro diversità».

Per gli esperti, la prevenzione oggi passa soprattutto dalla capacità di parlare ai ragazzi con un linguaggio vicino alla loro esperienza, evitando toni moralistici o colpevolizzanti. «“Stai attento” non basta come messaggio di prevenzione», sottolinea Benedicenti. «I ragazzi hanno bisogno di poter connettere il possibile rischio alle proprie esperienze di vita, sentirsi accolti nelle loro paure e nella loro vergogna e poter accedere in modo facile, gratuito e non giudicante a test e strumenti di prevenzione».

Nel corso di ICAR 2026 ampio spazio è stato dedicato anche ai progetti rivolti direttamente agli studenti, come il contest artistico “RaccontART”, iniziativa di informazione e sensibilizzazione sull’HIV e le IST che quest’anno ha coinvolto 432 studenti delle scuole superiori provenienti da tutta Italia con 128 opere dedicate ai temi della prevenzione.

«Dobbiamo parlare la lingua dei ragazzi», conclude Guaraldi. «Portare l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole in modo sistematico, rendere i centri per il test più “giovani”, senza burocrazia e senza stigma, usare i social media per diffondere messaggi scientifici corretti e creare spazi di ascolto dove un adolescente si senta accolto, non giudicato e protetto dalla privacy».

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Ultima modifica: 3 Giugno 2026