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6 Marzo 2026
Articolo di Redazione

HIV nelle donne: sintomi, prevenzione, maternità e relazioni

Gli aspetti clinici e relazionali dell’HIV nelle donne analizzati attraverso il punto di vista medico e psicologico 

 

Parlare di HIV nelle donne significa affrontare un tema che coinvolge biologia, prevenzione e dimensioni sociali della salute. Negli ultimi decenni i progressi delle terapie antiretrovirali hanno cambiato profondamente la gestione dell’infezione, migliorando l’aspettativa e la qualità della vita delle persone con HIV e riducendo drasticamente il rischio di trasmissione del virus quando la carica virale non è rilevabile. Restano però questioni aperte che riguardano la percezione del rischio, l’accesso al test e l’impatto che una diagnosi può avere sulla vita affettiva e relazionale delle donne.

«Nel mondo, le donne rappresentano una quota molto importante delle persone che vivono con HIV», spiega il dottor Giovanni Guaraldi, medico infettivologo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena e professore ordinario UniMore. «Questo avviene per motivi biologici – perché la trasmissione del virus dall’uomo alla donna è più “efficiente” rispetto al contrario – ma soprattutto per motivi culturali e sociali». In molte situazioni, aggiunge, «le donne hanno meno possibilità di negoziare rapporti protetti e sono più esposte a vulnerabilità e, purtroppo, anche a violenza».

Dal punto di vista clinico, una delle difficoltà principali è che l’infezione può restare a lungo silenziosa.

«I sintomi non sono diversi rispetto agli uomini», chiarisce Guaraldi. «L’HIV, nella maggior parte dei casi, rimane senza sintomi a lungo (in media 8–10 anni). Ciò significa che non bisogna aspettare segnali evidenti per fare il test. Inoltre, quando i sintomi compaiono possono essere poco specifici: febbricola persistente, dimagrimento non spiegato, stanchezza, ingrossamento dei linfonodi o infezioni ricorrenti».

Proprio questa apparente normalità contribuisce a mantenere elevato il numero di diagnosi tardive. In Italia, secondo gli ultimi dati della sorveglianza nazionale coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, circa sei nuove diagnosi su dieci avvengono quando l’infezione è già in fase avanzata, cioè con un sistema immunitario compromesso. Un ritardo che rende più difficile il recupero clinico e aumenta il rischio di trasmissioni inconsapevoli.

Tra le donne un ruolo importante è giocato anche dalla percezione del rischio e dalle dinamiche relazionali. «Nella popolazione femminile il tema dell’HIV è spesso meno discusso rispetto ad altri contesti, soprattutto quando la relazione viene percepita come stabile», osserva la Psicologa, Psicoterapeuta e Sessuologa Rossella Benedicenti.

E nonostante «la consapevolezza sulle infezioni sessualmente trasmissibili sia aumentata negli ultimi anni, grazie anche a numerose ed efficaci campagne di sensibilizzazione», resta un punto critico: «un’adeguata attribuzione di importanza ai controlli regolari e all’uso di precauzioni per ridurre il rischio di contagio».

Anche l’uso del preservativo è spesso influenzato dalle dinamiche della coppia. «La prevenzione tramite preservativo viene spesso vissuta come una scelta autonoma quando alla base è presente una buona educazione sessuale e l’esperienza sessuale è con partner occasionali», spiega Benedicenti. «Mentre più frequentemente nelle relazioni stabili diventa un elemento negoziabile», utilizzato soprattutto per prevenire gravidanze indesiderate più che infezioni sessualmente trasmissibili.

Oggi la prevenzione dell’HIV non si basa soltanto sul preservativo. Esiste infatti anche una prevenzione farmacologica, la PrEP (profilassi pre-esposizione), che consiste nell’assunzione continuativa di una terapia in grado di prevenire in modo altamente efficace l’infezione. La PrEP continuativa è perfettamente efficace anche nelle donne e dovrebbe essere considerata in tutte le donne sessualmente attive che hanno rapporti senza condom con partner multipli. È particolarmente importante offrirla e promuoverla anche tra le sex worker, che possono trovarsi in condizioni di maggiore vulnerabilità.
In Italia, tuttavia, le donne rappresentano ancora una quota minimale delle persone che utilizzano la PrEP: è quindi necessario aumentare l’informazione e l’accesso a questo strumento di prevenzione anche nella popolazione femminile.

Accanto alla dimensione sanitaria resta forte il peso dello stigma. «Molto spesso non è il virus a danneggiare l’immagine della persona, quanto i pregiudizi sociali sul tema», osserva la psicoterapeuta. «In particolare, le donne lo subiscono rispetto alle aspettative sociali legate alla femminilità e alla maternità».

Questo può influenzare profondamente la vita relazionale. «Ancora oggi la sessualità femminile viene moralizzata rispetto a quella maschile», spiega Benedicenti. «Anche quando l’infezione avviene in una relazione stabile emergono vissuti come colpa e vergogna».

In molti casi la paura principale resta quella del rifiuto. «Nella coppia le donne vivono con maggiore paura del rifiuto arrivando talvolta a sentirsi in debito nella relazione e ad accettare possibili compromessi pur di non perdere il partner».

La diagnosi può incidere anche sull’immagine di sé e sulla percezione della propria desiderabilità. «Dopo una diagnosi di HIV, le donne, soprattutto nelle fasi iniziali post diagnosi, possono percepirsi come meno attraenti e colpevoli di essere pericolose per il partner».

Sul piano clinico, però, le prospettive sono profondamente cambiate. «Oggi la maggior parte delle persone con HIV, grazie alla terapia antiretrovirale, raggiunge in pochi mesi una condizione di non rilevabilità del virus nel sangue», spiega Guaraldi. «Quando la carica virale è non rilevabile, anche in caso di gravidanza il rischio di trasmissione al partner e al bambino è estremamente basso».

Questo ha conseguenze importanti anche per la vita riproduttiva. «Le donne che seguono una terapia antiretrovirale efficace possono avere una fertilità normale e una vita riproduttiva del tutto comparabile a quella delle donne senza HIV».

Nelle fasi più avanzate e non trattate dell’infezione possono invece comparire effetti sulla salute riproduttiva. «L’HIV può ridurre la fertilità e alterare il ciclo mestruale, soprattutto quando è presente un deficit immunitario severo o una forte perdita di peso».

Sul piano emotivo, tuttavia, la maternità può essere vissuta in modo diverso. «Generalmente non è tanto il desiderio di maternità a cambiare, quanto l’idea di sé come potenziale madre», spiega Benedicenti. «Spesso emergono forti paure legate alla diagnosi come divieto di fare figli per evitare la trasmissione del virus al figlio».

Per questo diventa fondamentale affiancare alle cure anche informazione e supporto psicologico. «È importante condividere le strade percorribili non solo durante la gravidanza ed il parto, ma anche l’allattamento».

Salute delle donne: prevenzione, informazione e diritti

Parlare di HIV nelle donne significa quindi tenere insieme diversi livelli: quello biologico dell’infezione, quello relazionale della sessualità e quello sociale delle aspettative che ancora oggi influenzano la salute femminile.

La prevenzione non riguarda soltanto la disponibilità di test e terapie, ma anche la possibilità di parlare apertamente di sessualità, protezione e benessere psicologico.

L’8 marzo 2026, Giornata internazionale della donna, può essere anche un’occasione per riflettere sull’importanza della salute femminile e sulla necessità di rafforzare consapevolezza, prevenzione e accesso ai servizi di cura.

Nel caso dell’HIV, questo significa promuovere una cultura della prevenzione in cui fare un test, parlare di protezione o chiedere un supporto specialistico non sia percepito come motivo di stigma, ma come parte di un percorso consapevole di tutela della propria salute.

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Ultima modifica: 6 Marzo 2026