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La situazione in Italia

 Nel 2009 sono state segnalate nelle Regioni partecipanti e Provincie Autonome 2.558 nuove diagnosi di infezione da HIV in residenti, pari ad un'incidenza di 6,0 per 100.000 abitanti (range: 1,6 Calabria - 9,3 Emilia-Romagna; figura 1).

 
Figura 1 - Tasso annuale di incidenza per 100.000 residenti
Figura 1 - Tasso annuale di incidenza per 100.000 residenti
 

 Si osserva un aumento dell'età mediana al momento della diagnosi di infezione da 26 anni per i maschi e 24 anni per le femmine nel 1985 a, rispettivamente, 39 e 36 anni nel 2009).
La proporzione di stranieri tra le nuove diagnosi di infezione da HIV è aumentata dall'11% nel 1992 al 27,2% nel 2009.

I casi di AIDS registrati in Italia nel 2010 sono stati circa 1.079, complessivamente nel nostro Paese i casi totali sono stati circa 62.617. Più precisamente nel 2010 sono state notificate 718 nuove diagnosi e 361 diagnosi degli anni precedenti; correggendo però per ritardo di notifica si stima che le nuove diagnosi del 2010 siano in realtà di circa un migliaio.
Analizzando l'andamento temporale delle notifiche di AIDS si è passati da un caso del 1982 (il primo noto in Italia) ai  5.653 del 1995, con un crescita che è stata costante fino alla metà degli anni novanta. Dal 1996 si è assistito ad una riduzione dei nuovi casi, dapprima molto rapida e dal 2001 meno marcata (figura 2). Rapportando i nuovi casi sulla popolazione residente (tassi di incidenza) le regioni più colpite nel 2010 sono state nell'ordine: Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna, con un gradiente Nord-Sud nella diffusione della malattia essendo meno colpite le regioni meridionali ed insulari.

Nel biennio 2009-2010 si stima che in Italia i decessi annuali con AIDS sono circa 128, complessivamente i decessi sono stati oltre 39.000 con un andamento temporale è simile a quello dei nuovi casi, ma il decremento dalla seconda metà degli anni novanta è stato molto più marcato per merito dell'introduzione della terapia antiretrovirale. Si è così passati dai primissimi  decessi del 1983 ai 4.580 del 1995 con una crescita costante, dopo di che si è avuta una forte diminuzione fino ai valori attuali (figura 3).

 
Figura 2 - Andamento temporale delle nuove notifiche di AIDS in Italia negli anni 1982-2010
Figura 2 - Andamento temporale delle nuove notifiche di AIDS in Italia negli anni 1982-2010
Figura 3 - Andamento temporale dei decessi per AIDS in Italia negli anni 1982-2008
Figura 3 - Andamento temporale dei decessi per AIDS in Italia negli anni 1982-2008
 

  Il calo dei nuovi casi e dei decessi non è l'unico fenomeno che si è registrato nell'ultimo decennio. Vi sono stati numerosi altri cambiamenti che si sono  potuti osservare grazie all'esistenza di sistemi di sorveglianza nazionali, regionali e provinciali dell'infezione da HIV (cioè dello stato di sieropostività) che si affiancano a quelli della malattia conclamata (AIDS). Tramite questi sistemi di monitoraggio epidemiologico, che operano con procedure rispettose della privacy, è stato possibile riconoscere con tempestività i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni nelle caratteristiche di diffusione dell'HIV e la maggior durata dello stato di infezione pre-AIDS in seguito all'introduzione di nuove terapie farmacologiche. A questo proposito il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, con Decreto in data 31 marzo 2008, ha promosso l'attivazione del Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV, provvedendo ad aggiungere l'infezione da HIV all'elenco della Classe III delle malattie infettive sottoposte a notifica obbligatoria. Sulla scorta di tale Decreto varie Regioni stanno organizzando l'attivazione del Sistema regionale di sorveglianza.

I cambiamenti principali nella diffusione dell'HIV si possono così riassumere:
Riduzione dei nuovi casi (casi incidenti), riduzione dei decessi ed aumento dei casi viventi totali (casi prevalenti).
Questi fenomeni, che sono stati brevemente sopra illustrati, sono dovuti solo in minima parte alla riduzione di nuove infezioni da HIV (si sono stabilizzate negli ultimi anni), ma sono da mettere in relazione alla diffusione di nuove terapie farmacologiche ad alta efficacia con conseguente aumento del tempo trascorso tra inizio della sieropositività e comparsa della malattia (figura 4).

 
Figura 4 - Incidenza annuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV per genere
Figura 4 - Incidenza annuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV per genere
 

Cambiamento delle modalità di trasmissione: l'AIDS è attualmente una malattia  prevalentemente a trasmissione sessuale (MST). In  passato, sia in Italia che in Europa, l'HIV si trasmetteva prevalentemente mediante lo scambio di siringhe infette tra chi faceva uso di droghe iniettabili (come ancora sta avvenendo in molte parti del mondo, ad es. in Europa Orientale od in Asia). Attualmente però la modalità principale di trasmissione è quella sessuale, in particolare quella eterosessuale. Le notifiche di infezione di HIV associate a tramissione sessuale sono aumentati dal 7,8% del 1985 al 79,0% del 2009 (figura 5). Questi cambiamenti impongono il superamento del concetto di categoria a rischio (omosessuali, tossicodipendenti, ecc...), è necessario pertanto ragionare in termini di comportamenti a rischio, cioè rapporti sessuali non protetti, elevato numero di partner, non conoscenza dello stato di eventuale sieropositività del partner, scambio di siringhe. Si assiste inoltre ad un cambiamento delle modalità di trasmissione.

Figura 5 - Distribuzione percentuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV,
Figura 5 - Distribuzione percentuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV,
 

 Lo stesso fenomeno si registra anche dall'analisi dei dei casi conclamati di AIDS: nel 1998 che il 47% era dovuto a scambio di siringhe mentre la trasmissione sessuale (etero, omo e bisessuale) interessava il 43%, nel 2009 questi valori sono rispettivamente del 5,4% e del 79%.

-  Innalzamento dell'età di infezione (sieropositività) e di comparsa della malattia conclamata (AIDS). Ciò si verifica sia in seguito ai cambiamenti nei comportamenti individuali sia per effetto della terapia farmacologia che ritarda, anche di molto, la progressione dell'HIV. Si è così passati dalle età mediane di 29 anni negli uomini e di 24 anni nelle donne nel 1985 a rispettivamente 39 e 39 anni nel 2009 (figura 6). Si preferisce utilizzare l'età mediana a quella media quando vi sono intervalli di valori piuttosto ampi.

Figura 6 - Età mediana delle nuove diagnosi di infezione da HIV per genere e anno
Figura 6 - Età mediana delle nuove diagnosi di infezione da HIV per genere e anno
 

 -  Aumento degli stranieri sieropositivi o con AIDS. Questo dato non deve sorprendere o peggio creare nuovi stigmi. La popolazione immigrata straniera è andata fortemente crescendo negli ultimi anni in Italia e spesso è di provenienza da Paesi ad alta endemia (cioè dove è alta la diffusione del virus). Si è passati così da una percentuale di stranieri tra i nuovi casi di AIDS inferiore al 5% nel 1994-95 a oltre il 26,7% nel biennio 2009-2010. Valori ancora superiori sono riscontrati dai sistemi di monitoraggio dell'infezione HIV, che registrano con maggior anticipo e sensibilità i cambiamenti: attualmente quasi un terzo dei nuovi casi del 2009 (figura 7). Negli stranieri non vi sono forti differenze di genere, cioè si infettano in eguale numero gli uomini e le donne e l'età mediana è più bassa rispetto a quella degli italiani.

 
Figura 7 - Distribuzione percentuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV,
Figura 7 - Distribuzione percentuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV,
 

 - Aumentata sopravvivenza dei sieropositivi e dei malati di AIDS. Ciò è l'effetto della terapia antiretrovirale ad alta efficacia che ritarda sensibilmente la comparsa di sintomi, allunga anche di molto la sopravvivenza e soprattutto migliora la qualità di vita dei pazienti con AIDS conclamato. Un altro dato interessante è che oltre il 67% dei casi di Aids non ha fatto terapia antiretrovirale prima della diagnosi. 

Scoperta tardiva del proprio stato di sieropositività. Ancora troppe persone in Italia scoprono di aver contratto l'HIV quando compaiono i primi sintomi dell'AIDS, fenomeno che in alcune realtà supera il 60%. E' quello che i tecnici chiamano ritardo di diagnosi. Questo fenomeno è segnale di una bassa percezione del rischio, soprattutto fra chi si infetta per via sessuale e fra gli stranieri. Si stima infatti che un quarto delle persone HIV positive, in Italia, non conosca il proprio stato di sieroposività. E' importante invece riconoscere precocemente l'avvenuta infezione da HIV, da un lato per intraprendere la terapia farmacologica antiretrovirale che rallenterà fortemente la progressione del virus e dall'altro per assumere comportamenti consapevoli verso il prossimo. Questi vanno sempre attuati indipendentemente dal conoscere o meno il proprio stato di sieropositività. Il ritardo di diagnosi è più frequente in chi ha contratto l'infezione per via sessuale (in particolare quella eterossessuale). La diagnosi precoce permette inoltre non solo di avviare prima la terapia famacologica ma anche e soprattutto di modularla sulla singola persona riducendone gli effetti collaterali. 

La prevenzione funziona! Dal 1994 non si registrano nuovi casi sia tra gli emofilici che tra i trasfusi e sono in netto calo i nuovi casi di HIV pediatrico, (negli ultimi anni poche unità all'anno). Ciò è il frutto, da un lato del controllo costante della provenienza del sangue: selezione ed educazione dei donatori ad una maggior consapevolezza e controllo di laboratorio di ogni singola sacca; dall'altro è l'effetto dell'applicazione delle linee guida che prevedono l'effettuazione del test HIV in gravidanza ed il trattamento antiretrovirale nelle donne gravide risultate positive. Sebbene questa pratica dovrebbe essere assicurata a tutte le donne gravide, a livello mondiale putroppo solo il 9% delle donne incinta può effettare questo test. Senza varcare i confini del nostro Paese, molti obiettivi rimangono ancora da perseguire soprattutto in ambito educativo: non è ancora soddisfacente la conoscenza dell'HIV, di come si trasmette e di come si prevenga il contagio. Troppe persone, soprattutto giovani, non conoscono l'uso corretto dei sistemi di protezione durante i rapporti sessuali (es. il preservativo), o non ne accettano a priori l'uso pur avendo comportamenti fortemente a rischio.

 

Per saperne di più:

 
 
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