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La situazione in Italia

Nel 2015 sono state segnalate nelle Regioni partecipanti e Provincie Autonome 3.444 nuove diagnosi di infezione da HIV in residenti (3.850 nel 2014), pari a un'incidenza di 5,7 nuovi casi di HIV ogni 100.000 residenti (range: 1,7 Calabria - 8,5 Lazio; figura 1).

 
Figura 1 - Incidenza delle nuove diagnosi di infezione da HIV (per 100.000 abitanti) per regione di residenza segnalate nel 2015
Figura 1 - Incidenza delle nuove diagnosi di infezione da HIV (per 100.000 abitanti) per regione di residenza segnalate nel 2015
 

Si osserva un aumento dell'età mediana al momento della diagnosi di infezione da 26 anni per i maschi e 24 anni per le femmine nel 1985 a, rispettivamente, 39 e 36 anni nel 2015 (sono escluse le persone di età inferiore ai 15 anni). La proporzione di stranieri tra le nuove diagnosi di infezione da HIV è aumentata dall'11% nel 1992 a un massimo di 32,9% nel 2006; nel 2015 è stata del 28,8% con un numero assoluto di casi pari a 991.  

I casi di AIDS registrati in Italia nel 2015 sono stati circa 789, pari a un'incidenza di 1,4 per 100.000 residenti, e i casi di prevalenza ammontano a 23.385 nel 2013 (ultimi dati disponibili).

Analizzando l'andamento temporale delle notifiche di AIDS si è passati da un caso del 1982 (il primo noto in Italia) ai 5.653 del 1995, con un crescita che è stata costante fino alla metà degli anni novanta. Dal 1996 si è assistito ad una riduzione dei nuovi casi, dapprima molto rapida e dal 2001 meno marcata (figura 2). Rapportando i nuovi casi sulla popolazione residente (tassi di incidenza) le regioni più colpite nel 2010 sono state nell'ordine: Toscana, Lazio, Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna, con un gradiente Nord-Sud nella diffusione della malattia essendo meno colpite le regioni meridionali e insulari.

Nel biennio 2012-2013 si stima che in Italia i decessi annuali con AIDS sono circa 645 (ultimi dati disponibili); complessivamente nel periodo 1983-2013 i decessi sono stati oltre 43milacon un andamento temporale è simile a quello dei nuovi casi, ma il decremento dalla seconda metà degli anni novanta è stato molto più marcato per merito dell'introduzione della terapia antiretrovirale. Si è così passati dai primissimi decessi del 1983 ai 4.582 del 1995 con una crescita costante, dopo di che si è avuta una forte diminuzione fino ai valori attuali (figura 3).

 
Figura 2 - Andamento temporale delle nuove notifiche di AIDS in Italia negli anni 1982-2015 (corrette per ritardo di notifica)
Figura 2 - Andamento temporale delle nuove notifiche di AIDS in Italia negli anni 1982-2015 (corrette per ritardo di notifica)
Figura 3 - Andamento temporale dei decessi per AIDS in Italia negli anni 1982-2013*  (*) I morti per AIDS per gli anni 2014 e 2015 non sono stati riportati perché i dati del Registro di Mortalità dell'ISTAT sono disponibili solo fino al 2013
Figura 3 - Andamento temporale dei decessi per AIDS in Italia negli anni 1982-2013* (*) I morti per AIDS per gli anni 2014 e 2015 non sono stati riportati perché i dati del Registro di Mortalità dell'ISTAT sono disponibili solo fino al 2013
 

Il calo dei nuovi casi e dei decessi non è l'unico fenomeno che si è registrato nell'ultimo decennio. Vi sono stati numerosi altri cambiamenti che si sono potuti osservare grazie all'esistenza di sistemi di sorveglianza nazionali, regionali e provinciali dell'infezione da HIV (cioè dello stato di sieropositività) che si affiancano a quelli della malattia conclamata (AIDS). Tramite questi sistemi di monitoraggio epidemiologico, che operano con procedure rispettose della privacy, è stato possibile riconoscere con tempestività i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni nelle caratteristiche di diffusione dell'HIV e la maggior durata dello stato di infezione pre-AIDS in seguito all'introduzione di nuove terapie farmacologiche. A questo proposito il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, con Decreto in data 31 marzo 2008, ha promosso l'attivazione del Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV, provvedendo ad aggiungere l'infezione da HIV all'elenco della Classe III delle malattie infettive sottoposte a notifica obbligatoria. Sulla scorta di tale Decreto varie Regioni stanno organizzando l'attivazione del Sistema regionale di sorveglianza. 

I cambiamenti principali nella diffusione dell'HIV si possono così riassumere:
Riduzione dei nuovi casi (casi incidenti), riduzione dei decessi ed aumento dei casi viventi totali (casi prevalenti). Questi fenomeni, che sono stati brevemente sopra illustrati, sono dovuti solo in minima parte alla riduzione di nuove infezioni da HIV (si sono stabilizzate negli ultimi anni), ma sono da mettere in relazione alla diffusione di nuove terapie farmacologiche ad alta efficacia con conseguente aumento del tempo trascorso tra inizio della sieropositività e comparsa della malattia (figura 4).

 
Figura 4 - Incidenza annuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV per genere e anno di diagnosi (2010-2015)
Figura 4 - Incidenza annuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV per genere e anno di diagnosi (2010-2015)
 

- Cambiamento delle modalità di trasmissione: l'AIDS è attualmente una malattia prevalentemente a trasmissione sessuale (MST). In passato, sia in Italia che in Europa, l'HIV si trasmetteva prevalentemente mediante lo scambio di siringhe infette tra chi faceva uso di droghe iniettabili (come ancora sta avvenendo in molte parti del mondo, ad es. in Europa Orientale od in Asia). Attualmente però la modalità principale di trasmissione è quella sessuale, in particolare quella eterosessuale. Le notifiche di infezione di HIV associate a trasmissione sessuale sono aumentati dal 8,0% del 1985 al 85,5% del 2015 (figura 5). Questi cambiamenti impongono il superamento del concetto di categoria a rischio (omosessuali, tossicodipendenti, ecc...), è necessario pertanto ragionare in termini di comportamenti a rischio, cioè rapporti sessuali non protetti, elevato numero di partner, non conoscenza dello stato di eventuale sieropositività del partner, scambio di siringhe. Si assiste inoltre ad un cambiamento delle modalità di trasmissione. Lo stesso fenomeno si registra anche dall'analisi dei casi conclamati di AIDS: prima del 2000 il 61,4% era dovuto a scambio di siringhe mentre la trasmissione sessuale (etero, omo e bisessuale) interessava il 35,8%, nel biennio 2014-2015 questi valori sono rispettivamente del 11,3% e del 79,8%.

Figura 5 - Numero di nuove diagnosi di infezione da HIV, per modalità di trasmissione e anno di diagnosi (2010-2015)
Figura 5 - Numero di nuove diagnosi di infezione da HIV, per modalità di trasmissione e anno di diagnosi (2010-2015)
 

- Innalzamento dell'età di infezione (sieropositività) e di comparsa della malattia conclamata (AIDS). Ciò si verifica sia in seguito ai cambiamenti nei comportamenti individuali sia per effetto della terapia farmacologia che ritarda, anche di molto, la progressione dell'HIV. Si è così passati da un'età mediana alla diagnosi di AIDS di 34 anni negli uomini e di 32 anni nelle donne nel 1995 a rispettivamente 45 e 43 anni nel 2015 (figura 6). Si preferisce utilizzare l'età mediana a quella media quando vi sono intervalli di valori piuttosto ampi.

Figura 6 - Età mediana alla diagnosi di AIDS per genere e anno di diagnosi (1995-2015)
Figura 6 - Età mediana alla diagnosi di AIDS per genere e anno di diagnosi (1995-2015)
 

- Aumento degli stranieri sieropositivi o con AIDS. Questo dato non deve sorprendere o peggio creare nuovi stigmi. La popolazione immigrata straniera è andata fortemente crescendo negli ultimi anni in Italia e spesso è di provenienza da Paesi ad alta endemia (cioè dove è alta la diffusione del virus). Circa un 29% delle nuove diagnosi di infezione da HIV riguarda persone di cittadinanza straniera. Negli stranieri non vi sono forti differenze di genere (nel 2015 il 58,6% erano uomini e 41,4% donne), l'età mediana è più bassa rispetto a quella degli italiani e la modalità di trasmissione più importante è quella per via eterosessuale (figura 7).

 
Figura 7 - Distribuzione percentuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV per modalità di trasmissione, anno di diagnosi e nazionalità (2010-2015)
Figura 7 - Distribuzione percentuale delle nuove diagnosi di infezione da HIV per modalità di trasmissione, anno di diagnosi e nazionalità (2010-2015)
 

- Aumentata sopravvivenza dei sieropositivi e dei malati di AIDS. Ciò è l'effetto della terapia antiretrovirale ad alta efficacia che ritarda sensibilmente la comparsa di sintomi, allunga anche di molto la sopravvivenza e soprattutto migliora la qualità di vita dei pazienti con AIDS conclamato. Un altro dato interessante è che oltre il 79,9% dei casi di AIDS diagnosticati nel 2015 non ha fatto terapia antiretrovirale prima della diagnosi.

 - Scoperta tardiva del proprio stato di sieropositività. Ancora troppe persone in Italia scoprono di aver contratto l'HIV quando compaiono i primi sintomi dell'AIDS: nel 2015 il 74,5% delle persone a cui è stata fatta diagnosi di AIDS ha fatto il primo test di HIV prima di 6 mesi. E' quello che i tecnici chiamano ritardo di diagnosi. Questo fenomeno è segnale di una bassa percezione del rischio, soprattutto fra chi si infetta per via sessuale e fra gli stranieri. Si stima infatti che un quarto delle persone HIV positive, in Italia, non conosca il proprio stato di sieropositività. E' importante invece riconoscere precocemente l'avvenuta infezione da HIV, da un lato per intraprendere la terapia farmacologica antiretrovirale che rallenterà fortemente la progressione del virus e dall'altro per assumere comportamenti consapevoli verso il prossimo. Questi vanno sempre attuati indipendentemente dal conoscere o meno il proprio stato di sieropositività. Il ritardo di diagnosi è più frequente in chi ha contratto l'infezione per via sessuale (in particolare quella eterossessuale). La diagnosi precoce permette inoltre non solo di avviare prima la terapia farmacologica ma anche e soprattutto di modularla sulla singola persona riducendone gli effetti collaterali.

La prevenzione funziona! Dal 1994 non si registrano nuovi casi sia tra gli emofilici che tra i trasfusi e sono in netto calo i nuovi casi di HIV pediatrico (negli ultimi anni poche unità all'anno). Ciò è il frutto, da un lato del controllo costante della provenienza del sangue: selezione ed educazione dei donatori ad una maggior consapevolezza e controllo di laboratorio di ogni singola sacca; dall'altro è l'effetto dell'applicazione delle linee guida che prevedono l'effettuazione del test HIV in gravidanza ed il trattamento antiretrovirale nelle donne gravide risultate positive. Sebbene questa pratica dovrebbe essere assicurata a tutte le donne gravide, a livello mondiale purtroppo solo una bassa percentuale delle donne incinta può effettuare questo test. Senza varcare i confini del nostro Paese, molti obiettivi rimangono ancora da perseguire soprattutto in ambito educativo: non è ancora soddisfacente la conoscenza dell'HIV, di come si trasmette e di come si prevenga il contagio. Troppe persone, soprattutto giovani, non conoscono l'uso corretto dei sistemi di protezione durante i rapporti sessuali (es. il preservativo) o non ne accettano a priori l'uso pur avendo comportamenti fortemente a rischio.

 

Per saperne di più:

 
 
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